ultimo atto di Natale

Il Boxing day è il giorno ideale per consumare una colazione degna del passato di un nefropatico: frappè di proteine, grazie. La salsiccia del cumberland con delle uova fantasmagoricamente scrambled su brown bread ha cancellato la mia lavagnetta delle remore .

Per andare dove devo andare passo dalla stazione di Brockley.

Non mantenendo la promessa di boicottare il glamour (che alla fin fine altro non è che lo stratagemma preferito dalle fate per dissimulare la loro vera età da vecione, come Francesco Dimitri ci educe nel suo “Pan”) ho fatto quattro salti nella chiccosissima Covent Garden.

E il Tea Palace mi ha letteralmente stordito i sensi. Non possiedo certo la solidità olfattiva di Fancesca, arguto naso e perspicace palato del mondo dei blog!

Come risultato dello stordimento credevo di essere stata catapultata nella wonderland di Alice quando ho visto una pallina sbocciare nell’acqua calda e farne infuso.

Lontano da Covent Garden la sensazione di alienazione non è andata migliorando. Avrei fatto bene a portarmi dietro un manometro!

Una sbirciatina da Sainsbury mi ha regalato una Nippocena.

Ma non possono essere un paio di buste da supermercato ad allontanarmi dalla santificazione (questa è blasfemia, lo so) della mia partenza verso lidi Milanesi, adoperata nel Brockley cemetary.

Termine di saga, signori, ma non di sagra.


atto secondo all’atto primo

Anzitutto credo di dovervi degli auguri con tanto di mora di ritardo. Ma la Padellina, si sa, è sbadata assai e solo un caffè ha potuto aiutarla l’indomani della vigilia di Natale. La caffeina ha espletato il suo effetto catecolaminosimile nonostante la mia sbadataggine abbia reso la mia benedetta bevanda da risveglio natalizio un pò troppo (per l’appunto) Natalizia. Per pura decisione del fato si è aperto sul mio palato una gamma di possibilità di sinergia tra caffè e noce moscata. Almeno ora conosco con certezza didascalica il corrispettivo italiano di “nutmeg”.

Non nego di esser stata più volte tentata di lasciarmi coccolare dal luogo comune che l’espresso contenga più caffeina. Per fortuna le mie capacità logico-matematiche erano intatte nonostante i postumi da festeggiamento e non mi sono persa una molecola di londonesità.


Con una giusta quota di zuccheri il recupero è più rapido (o così pretendo di credere) e la mattina è in assoluto il momento più propizio per concedersi uno strappo dolce senza tutti i sensi di colpa che accompagnano il cioccolatino after dinner che con i sogni difficilmente ha un destino diverso dalla ciccia addominale.

Il prodotto gastronomico italiano assume nel mio alterato immaginario da Padellina Viaggiatrice contorni sempre meno tentacolari.

Da questo istante la padellobussola mi induce a puntare la forchetta verso la città mercato più gustosa che io abbia mai visto: Camden town!

Il problema che mi si pone davanti è solo e soltanto l’orario che sembra avere tutta l’aria di essere quello dell’aperitivo del mezzodì.

E il signor Astrosio de Astrusis non ha esitato a riprendere, da telefonino, la Padellina alla forsennata ricerca dell’omeotermia.

Alcuna possibilità di mettere a tacere il centro ipotalamico della fame è resa se non con un massiccio sprone ad uscire allo scoperto nei confronti dell’insulina.

E al signor Astrosio inizia a sedarsi (approssimativamente) il broncio da abbassamento glicemico.

Sottraendovi alla visione di amorfe immagini di soliti cous cous, intendo in ultimo  illustrarvi la via di rientro verso il mio alloggio (il numero 48, ricordate?).



A Christmas’ journey / atto I



Mi ero riproposta di tacervi ogni colore del mio viaggio a Londra. Così, per puro sadismo da blogger. Me lo ha impedito la forza del tovagliame con il quale gli Dei hanno apparecchiato la Sostanza londinese.

La storia inizia con la Padellina che, infreddolita fino alla bestemmia, al mezzodì della vigilia di Natale entra in un pub e si abbandona al suggerimento dettatole da uno stupefacente sidro di mele rosse: fish and chipssss! Meraviglia per me notare la decorosa qualità del merluzzone, le rispettabili dimensioni di taglio delle patate, la natura selvaggia (per niente docile) dei piselli, la delicatezza asprigna della salsa speziata di yogurt.

La via che io ho scelto, tra le possibili, di giungere con disponibilità gastrica di asilo verso le pietanze da cenone passava per Trafalgar square…

… e deformava il mio prefigurato atto di stappare una modesta bottiglia di brut.

Con stupore a dir poco infantile, a ridosso del Mall scopro la presenza REGALE del parco di St. James. Scusate, signori, mi correggo: con grande stupore scopro che il Mall si disegna proprio attorno al St. James. Perchè da questo deriva lo stordimento da apertura di chakra che Londra subitaneamente mi dona: la città è costruita attorno al substrato naturale. Una metropoli, edificata circumnavigando con l’Asfalto ogni albero e deridendo qualsivoglia esigenza di rettitudine stradale in nome della Verde sopravvivenza, è degna di essere appellata tale.

 

Il mio stupore si è violentemente convertito in gioia quando la mia indole veterinaria è stata solleticata dalle zampe di animali che altrove sono inavvicinabili (ho sempre pensato a questo comportamento come  al responsabile dell’esistenza dell’aggettivo “selvatico”).

Insomma, stavo dicendo che

SCOIATTOLO!

Ad un certo punto  della mia passeggiata citare il Grande Fratello orwelliano mi è sembrata una scorrettezza in termini di dimensioni di comparatio.

Le proibizioni da temperatura addizionate con il dispendio da utilizzo di muscoli propulsori da camminata hanno reso il fish&chips un ovattato ricordo. L’esigenza di rientro non allenta la sua pressione prima che io abbia deciso di ristorarmi con un caffè sull’overground, dove anche un pizzicagnolo assume la forma di una minipiattaforma per ricercatori in enogastronomia.

Non sono mai stata un’appassionata di numerologia ma in una città tanto fascinosa anche il civico del Bed & Breakfast dove alloggiavo sembrava darla ad intendere molto lunga.

Responsabile indiscusso dello smorzamento dei miei spasmi gastrici (un punto in meno per gastrina e colecistochinina) è stato l’egocentrico Tacchino da cenone Natalizio.

La conclusione della vigilia ha coinciso con l’avvedermi del sistema di chiusura delle finestre inglesi, la cui poesia lascio all’interpretazione, da parte della vostra corteccia, del segnale che imbocca la mulattiera del vostro nervo ottico.


Parto o lo perdo

No, il tempo per scrivere non ce l’ho. Un paio di ore dalla partenza e neanche un accenno di valigia. Ma per mangiare sono in grado di piegare anche lo spaziotempo, se necessario. Tutta questa determinazione è senz’altro da imputare alle riserve di serotonina, la cui produzione mi è personalmente garantita, in maggior misura, dalle cellule enterocromaffini del mio intestino. Sì, il mio è un vero e proprio cervello addominale.

E dopo tutti questi sforzi per mangiare, anche se SOLAMENTE un “handfood”, il minino che mi è imposto è di condividerlo con voi.

Ed eccovi la ricetta vola al vento(sciuè sciuè, nel mio vocabolario) dei

PANINI FRET A’ PARTIR

Scavate una freschissima baguette privandola solo al centro della mollica (è una ricetta per gente che va di fretta; vi aspettavate mica le indicazioni per fare il pane?).

Spalmare una bella salsina di radicchio (prima passato in padella con cipolla e olio, poi sfumato con moscato e lasciato cuocere un quarto d’ora con un pò di latte) sul lato di una fetta. Spiaccicatevi poi del salame ungherese, del pecorino a media stagionatura, zucchine grigliate, cipolle di tropea stufate e del tabasco.

I Tarocchi stamane sono relegati ad un angolino della scrivania, intervallati da biglietti e biancheria intima che ne alterano l’ordine cosmico. Perciò, senza soffermarvi su interrogativi riguardanti il motivo di presenza di questi ingredienti nel vostro frigo, sedetevi sulla valigia per riuscire a chiuderla aiutati dal vostro peso e intascate il panino avvolgendolo con della carta impermeabile fermata da un elastico.

Neanche se mi regalaste un viaggio (va bene, non ne sono certa; potete provare) mi soffermerei a pennellarvi un ritratto di quel bel panino fratello sulla destra.  Ovviamente è una strategia, anche abbastanza bassa, per persuadervi a seguirmi.

Mento.

Per non perdere l’aereo

malamente

vi abbandono.



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