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Yes, we can eat again


Sfido chiunque a rispettare le norme dettate dal galateo. Io, quantomeno,  non sono riuscita a posare il cucchiaino nel pieno del suo debordante orgasmo da golden syrup per afferare una più consona e sterile forchetta. Queste sono le mozioni d’animo dettate dal previdibilissimo abbassamento di temperature: chissenefrega della dieta postnatalizia.

In realtà non vedevo semplicemente l’ora di testare in maniera più personale possibile il mondo delle raffinerie di zucchero inglesi. Esiste una maniera più personale di fare proprio l’oggetto in questione se non ingurgitandolo? Credo sia quanto passi per la testa agli affetti da picacismo.

La mia indole da nutrizionista decaduta mi suggerisce di storcere il naso di fronte ad un preparato che ha pretese di consistenza molto vicine al miele con delle effettive risultanze di identità con lo zucchero. Sarebbe a dire che possiamo rinunciare a qualsiasi speranza di imbatterci in effetti antiossidanti da composti fenolici o godere della percentuale, se pur bassa, di apporto vitaminico da residui pollinici nel miele.

Ma non potrei mai suggerirvi di rinunciare ad imbattervi in quel cattivo sapore di bruciato del caramello arrotondato da una inspiegabile nota toffee. Organolessi che mi sento di affibbiare con certa superbia al nostro sciroppo.

Dopo avervi condotto su di un deplorevole sentiero del gusto, cerco di riprendermi raccontandovi  il mio tentativo di “migliorare” l’apporto nutritivo di un golden syrup qualunque acquistato nel Sainsbury del New Cross gate: agguantato un barattolino di vetro, l’ho riempito di nocciole di Giffoni e vi ho fatto colare, tra gli spazi internocciola, lo sciroppo. Dimenticato il barattolo per una settimana almeno, sono finalmente pronta per darvi le dritte pel più basilare utilizzo dello sciroppo dorato.

PANSCIROPPO DI APERTURA D’ANNO

ingredienti per 3 persone
  • 300g di farina OO
  • 40g di burro
  • un cucchiaio di olio d’oliva
  • 2 cucchiai di latte
  • 5 uova
  • mezza bustina di lievito per dolci
  • 1 presa abbondante di sale
  • un cucchiaino colmo di zucchero
  • ah sì, golden syrup

Se intendete ancora fare colazione separate gli albumi dai tuorli. Con una paletta di legno iniziate a rimestare i tuorli con il sale e, a poco a poco, la farina e il lievito. Aggiungete mentre rimestate il latte e, solo in seguito, un volta incorporato il latte, versate il burro precedentemente e miseramente fuso (non troppo caldo o mi fate denaturare le proteine del tuorlo!). Con una frusta sbattete, fino ad avere una consistenza spumosa ma non montata, gli albumi con lo zucchero. Incorporate la vostra schiumetta nel composto precedente.

Ora potete imburrare il vostro padellino caldo (l’ho messo al maschile solo per non farvi confondere con la Padellina, che c’est moi) e buttarvi una mestolata di composto, farla cuocere a fuoco medio per un paio di minuti e rigirarla. Vi preannuncio che questa operazione non sarà facile come lavarsi il viso ma lo sarà come lavarsi il viso mentre ancora si è nel torpore del sonno: l’impasto è abbastanza molle (questa la prerogativa di bontà) perciò dovrete essere dei mastri di rigiro frittate. Ricordate di imburrare (magari spalmando con una marisina) la padella ad ogni frittellina.

Una volta composta la vostra torretta di cake impilati è il momento di sfrattare le nocciole “sciroppate” dal loro alloggio settimanale. Versatene sopra quanto più potete e neanche voi glucosiosensibili ve ne trovete pentiti.

Parola di una Padellina che ogni tanto dimostra sperticato razzismo per le gozzoviglie di zuccheri.

Post scriptum: se vi state domandando cosa mette alla prova la capienza di quel bicchiere da martini in alto a sinistra provate a spremere dei mandarini e da parte un’arancia sanguinella. Versate prima il succo di mandarino e poi quello d’arancia. E giusto per farvi capire quanto sono categorica nel mio disdegno per l’iperglicemia, non aggiungete granello di zucchero alcuno!


ultimo atto di Natale

Il Boxing day è il giorno ideale per consumare una colazione degna del passato di un nefropatico: frappè di proteine, grazie. La salsiccia del cumberland con delle uova fantasmagoricamente scrambled su brown bread ha cancellato la mia lavagnetta delle remore .

Per andare dove devo andare passo dalla stazione di Brockley.

Non mantenendo la promessa di boicottare il glamour (che alla fin fine altro non è che lo stratagemma preferito dalle fate per dissimulare la loro vera età da vecione, come Francesco Dimitri ci educe nel suo “Pan”) ho fatto quattro salti nella chiccosissima Covent Garden.

E il Tea Palace mi ha letteralmente stordito i sensi. Non possiedo certo la solidità olfattiva di Fancesca, arguto naso e perspicace palato del mondo dei blog!

Come risultato dello stordimento credevo di essere stata catapultata nella wonderland di Alice quando ho visto una pallina sbocciare nell’acqua calda e farne infuso.

Lontano da Covent Garden la sensazione di alienazione non è andata migliorando. Avrei fatto bene a portarmi dietro un manometro!

Una sbirciatina da Sainsbury mi ha regalato una Nippocena.

Ma non possono essere un paio di buste da supermercato ad allontanarmi dalla santificazione (questa è blasfemia, lo so) della mia partenza verso lidi Milanesi, adoperata nel Brockley cemetary.

Termine di saga, signori, ma non di sagra.


atto secondo all’atto primo

Anzitutto credo di dovervi degli auguri con tanto di mora di ritardo. Ma la Padellina, si sa, è sbadata assai e solo un caffè ha potuto aiutarla l’indomani della vigilia di Natale. La caffeina ha espletato il suo effetto catecolaminosimile nonostante la mia sbadataggine abbia reso la mia benedetta bevanda da risveglio natalizio un pò troppo (per l’appunto) Natalizia. Per pura decisione del fato si è aperto sul mio palato una gamma di possibilità di sinergia tra caffè e noce moscata. Almeno ora conosco con certezza didascalica il corrispettivo italiano di “nutmeg”.

Non nego di esser stata più volte tentata di lasciarmi coccolare dal luogo comune che l’espresso contenga più caffeina. Per fortuna le mie capacità logico-matematiche erano intatte nonostante i postumi da festeggiamento e non mi sono persa una molecola di londonesità.


Con una giusta quota di zuccheri il recupero è più rapido (o così pretendo di credere) e la mattina è in assoluto il momento più propizio per concedersi uno strappo dolce senza tutti i sensi di colpa che accompagnano il cioccolatino after dinner che con i sogni difficilmente ha un destino diverso dalla ciccia addominale.

Il prodotto gastronomico italiano assume nel mio alterato immaginario da Padellina Viaggiatrice contorni sempre meno tentacolari.

Da questo istante la padellobussola mi induce a puntare la forchetta verso la città mercato più gustosa che io abbia mai visto: Camden town!

Il problema che mi si pone davanti è solo e soltanto l’orario che sembra avere tutta l’aria di essere quello dell’aperitivo del mezzodì.

E il signor Astrosio de Astrusis non ha esitato a riprendere, da telefonino, la Padellina alla forsennata ricerca dell’omeotermia.

Alcuna possibilità di mettere a tacere il centro ipotalamico della fame è resa se non con un massiccio sprone ad uscire allo scoperto nei confronti dell’insulina.

E al signor Astrosio inizia a sedarsi (approssimativamente) il broncio da abbassamento glicemico.

Sottraendovi alla visione di amorfe immagini di soliti cous cous, intendo in ultimo  illustrarvi la via di rientro verso il mio alloggio (il numero 48, ricordate?).



A Christmas’ journey / atto I



Mi ero riproposta di tacervi ogni colore del mio viaggio a Londra. Così, per puro sadismo da blogger. Me lo ha impedito la forza del tovagliame con il quale gli Dei hanno apparecchiato la Sostanza londinese.

La storia inizia con la Padellina che, infreddolita fino alla bestemmia, al mezzodì della vigilia di Natale entra in un pub e si abbandona al suggerimento dettatole da uno stupefacente sidro di mele rosse: fish and chipssss! Meraviglia per me notare la decorosa qualità del merluzzone, le rispettabili dimensioni di taglio delle patate, la natura selvaggia (per niente docile) dei piselli, la delicatezza asprigna della salsa speziata di yogurt.

La via che io ho scelto, tra le possibili, di giungere con disponibilità gastrica di asilo verso le pietanze da cenone passava per Trafalgar square…

… e deformava il mio prefigurato atto di stappare una modesta bottiglia di brut.

Con stupore a dir poco infantile, a ridosso del Mall scopro la presenza REGALE del parco di St. James. Scusate, signori, mi correggo: con grande stupore scopro che il Mall si disegna proprio attorno al St. James. Perchè da questo deriva lo stordimento da apertura di chakra che Londra subitaneamente mi dona: la città è costruita attorno al substrato naturale. Una metropoli, edificata circumnavigando con l’Asfalto ogni albero e deridendo qualsivoglia esigenza di rettitudine stradale in nome della Verde sopravvivenza, è degna di essere appellata tale.

 

Il mio stupore si è violentemente convertito in gioia quando la mia indole veterinaria è stata solleticata dalle zampe di animali che altrove sono inavvicinabili (ho sempre pensato a questo comportamento come  al responsabile dell’esistenza dell’aggettivo “selvatico”).

Insomma, stavo dicendo che

SCOIATTOLO!

Ad un certo punto  della mia passeggiata citare il Grande Fratello orwelliano mi è sembrata una scorrettezza in termini di dimensioni di comparatio.

Le proibizioni da temperatura addizionate con il dispendio da utilizzo di muscoli propulsori da camminata hanno reso il fish&chips un ovattato ricordo. L’esigenza di rientro non allenta la sua pressione prima che io abbia deciso di ristorarmi con un caffè sull’overground, dove anche un pizzicagnolo assume la forma di una minipiattaforma per ricercatori in enogastronomia.

Non sono mai stata un’appassionata di numerologia ma in una città tanto fascinosa anche il civico del Bed & Breakfast dove alloggiavo sembrava darla ad intendere molto lunga.

Responsabile indiscusso dello smorzamento dei miei spasmi gastrici (un punto in meno per gastrina e colecistochinina) è stato l’egocentrico Tacchino da cenone Natalizio.

La conclusione della vigilia ha coinciso con l’avvedermi del sistema di chiusura delle finestre inglesi, la cui poesia lascio all’interpretazione, da parte della vostra corteccia, del segnale che imbocca la mulattiera del vostro nervo ottico.


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