A Christmas’ journey / atto I



Mi ero riproposta di tacervi ogni colore del mio viaggio a Londra. Così, per puro sadismo da blogger. Me lo ha impedito la forza del tovagliame con il quale gli Dei hanno apparecchiato la Sostanza londinese.

La storia inizia con la Padellina che, infreddolita fino alla bestemmia, al mezzodì della vigilia di Natale entra in un pub e si abbandona al suggerimento dettatole da uno stupefacente sidro di mele rosse: fish and chipssss! Meraviglia per me notare la decorosa qualità del merluzzone, le rispettabili dimensioni di taglio delle patate, la natura selvaggia (per niente docile) dei piselli, la delicatezza asprigna della salsa speziata di yogurt.

La via che io ho scelto, tra le possibili, di giungere con disponibilità gastrica di asilo verso le pietanze da cenone passava per Trafalgar square…

… e deformava il mio prefigurato atto di stappare una modesta bottiglia di brut.

Con stupore a dir poco infantile, a ridosso del Mall scopro la presenza REGALE del parco di St. James. Scusate, signori, mi correggo: con grande stupore scopro che il Mall si disegna proprio attorno al St. James. Perchè da questo deriva lo stordimento da apertura di chakra che Londra subitaneamente mi dona: la città è costruita attorno al substrato naturale. Una metropoli, edificata circumnavigando con l’Asfalto ogni albero e deridendo qualsivoglia esigenza di rettitudine stradale in nome della Verde sopravvivenza, è degna di essere appellata tale.

 

Il mio stupore si è violentemente convertito in gioia quando la mia indole veterinaria è stata solleticata dalle zampe di animali che altrove sono inavvicinabili (ho sempre pensato a questo comportamento come  al responsabile dell’esistenza dell’aggettivo “selvatico”).

Insomma, stavo dicendo che

SCOIATTOLO!

Ad un certo punto  della mia passeggiata citare il Grande Fratello orwelliano mi è sembrata una scorrettezza in termini di dimensioni di comparatio.

Le proibizioni da temperatura addizionate con il dispendio da utilizzo di muscoli propulsori da camminata hanno reso il fish&chips un ovattato ricordo. L’esigenza di rientro non allenta la sua pressione prima che io abbia deciso di ristorarmi con un caffè sull’overground, dove anche un pizzicagnolo assume la forma di una minipiattaforma per ricercatori in enogastronomia.

Non sono mai stata un’appassionata di numerologia ma in una città tanto fascinosa anche il civico del Bed & Breakfast dove alloggiavo sembrava darla ad intendere molto lunga.

Responsabile indiscusso dello smorzamento dei miei spasmi gastrici (un punto in meno per gastrina e colecistochinina) è stato l’egocentrico Tacchino da cenone Natalizio.

La conclusione della vigilia ha coinciso con l’avvedermi del sistema di chiusura delle finestre inglesi, la cui poesia lascio all’interpretazione, da parte della vostra corteccia, del segnale che imbocca la mulattiera del vostro nervo ottico.

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4 responses to “A Christmas’ journey / atto I

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